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Delio Gennai RISCRIVERE LA NATURA / 17 febbraio  2017

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“Uno sciame d’effimere si imbattè volando in una fortezza, si posò sui bastioni, prese d’assalto il mastio, invase il cammino di ronda ed i torrioni. Le nervature delle ali trasparenti si libravano tra le muraglie di pietra.
“ Invano vi affannate a tendere le vostre membra filiformi” disse la fortezza “ Solo chi è fatto per durare può pretendere d’essere. Io duro, dunque sono; voi no”
“ Noi abitiamo lo spazio dell’aria, scandiamo il tempo col vibrare delle ali. Cos’altro vuol dire: essere? “, risposero quelle fragili creature. “ Tu piuttosto, sei soltanto una forma messa lì a segnare i limiti dello spazio e del tempo in cui noi siamo”.
“ Il tempo scorre su di me: io resto “ Insisteva la fortezza. “ Voi sfiorate soltanto la superficie del divenire come il pelo dell’acqua dei ruscelli “

E le effimere: “ Noi guizziamo nel vuoto così come la scrittura sul foglio bianco e le note del flauto nel silenzio. Senza di noi, non resta che il vuoto onnipotente e onnipresente, così pesante che schiaccia il mondo, il vuoto il cui potere annientatore si riveste di fortezze compatte, il vuoto – pieno che può essere dissolto solo da ciò che è leggero e rapido e sottile “.

Questo scritto di Italo Calvino del 1981, dedicato a Fausto Melotti, si potrebbe adattare al lavoro di Delio Gennai. Beninteso, i mondi sono molto differenti e diverse le poetiche ma il filo sottile sviluppato dal demone dell’analogia può collegare dimensioni anche lontanissime tra loro.
Questo filo invisibile è la leggerezza, la tensione verso la smaterializzazione dell’opera. Nelle opere bidimensionali e tridimensionali di Delio, realizzate in cartoncino e garza con precisione chirurgica (l’artista si serve, infatti, di un bisturi per ritagliare i contorni delle sue immagini) la superficie opaca, l’elemento rigido, diviene sfondo dove si muovono arabeschi, figure geometriche, calligrafie o sagome di forme biologiche a loro volta filtrate dalla materia lieve e semitrasparente della garza, come nella mostra di lavori inediti che presenta alla galleria Capoverso. Un mondo dove, per l’appunto, il vuoto-pieno diventa espressione di un effimero che gioca con il durevole e viceversa.
La metamorfosi che si compie davanti a chi guarda è la moltiplicazione delle immagini ricavate dal microscopio in infinite immagini attraverso il variegato gioco di richiami che vanno dall'ambito della scienza alla storia dell’arte moderna.
E’ proprio il caso, di fronte a questo piccolo universo, molto differenziato e ricco di rimandi, rievocare in tutta la sua giustezza un aforisma di Georges Braque “L’eco risponde all’eco, tutto si ripercuote”.

Luca Sturolo

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