Magurno Fulvio

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Fulvio Magurno   CONFESSIONALI / 3 ottobre


magurno capoverso

 

La Parola all’Immagine/zum Bild da Wort
Aby Warburg

Premessa. L’opera di Fulvio Magurno, sensibile fotografo di cultura mediterranea, confida all’osservatore la sua spiccata attitudine all’esaltazione/profanazione dell’ombra che circuisce il dettaglio. dalla messa in opera di un filtrato gioco di saturazione/desaturazione di chiaroscuri che il particolare a fuoco rifulge di una luce che lo rende protagonista: fondamento ontico di un contesto. Fatalmente confinato a un piano secondo, l’ambiente diventa funzionale dispositivo di seduzione, supporto estetico del soggetto. Il termine francese détail, risalente al gotico taljan e al tedesco teilen, chiama in causa il taglio, la separazione, il fare-a-pezzi di un insieme ordinato. È questo che fa l’artista in questione, introducendo elementi modernisti nel suo tessuto linguistico contemporaneo: d’altronde, l’aveva dichiarato lui stesso: è da tempo che ho scelto di frequentare le stanze della storia dell’arte.
In epoca di riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, la fotografia di Fulvio Magurno non liquida benjaminiamente l’aura, non cessa, invece, di riprodurla. Scaturita da un paradosso transcategoriale e metalinguistico, come lo Spazialismo di Lucio Fontana, la sua opera concilia il Minimalismo con il Barocco, il Concettualismo con la pregnante sensualità della materia, la figura con la sua decostruzione luministica, la forma con il suo progressivo azzeramento. Reinterpretati dalla Poetica delle Rovine, ci sono frammenti di corpi, volti, decori, segni, tracce, architetture, capolavori di maestri, scaturiti dall’ombra, estraniati dagli ambienti aulici che li ospitano e sovrastano, che accadono nello spazio come rigenerati da un lampo imprevisto, da una scarica elettrica del cielo, della mente, di un raggio vagante di luna, di un flash onirico. Fulvio Magurno sottoscrive un processo di venuta-alla-luce dei corpi che riprende con la sua fotocamera, consegnandoli alla nuova vita di messaggi provenienti da un altrove e a un altrove destinati, che lui stesso riscopre come enigmi in cui ritrovarsi, smarrendosi. Condizione questa che lo dispone verso il successivo scatto, irresistibilmente attratto da una coazione a ripetere l’inaudito.

CONFESSIONALI – Mostra

Un corto-circuito sensoriale restituisce, attraverso la visualità di un defilé serrato d’immagini, il fruscio sibilante dell’inaudibile. Ecco presentarsi un corpus fotografico di venti opere in bianco e nero, su carta, firmato Fulvio Magurno, intitolato Confessionali, nome del capo d’arredo ligneo introdotto nelle chiese cattoliche dal cardinale Carlo Borromeo a metà del Cinquecento. L’artista, nel titolo, ricorre all’uso della figura retorica della sineddoche, indicando il luogo in cui accade la confessione, circoscritto e focalizzato fotograficamente nella sola parte della grata metallica, capo di imputazione.

In questa meditata occasione espositiva, l’artista affigge, impunemente, il suo sguardo indiscreto su un’inquietante processione di logore, vissute, trasudanti grate di confessionali, tanto reali quanto visionarie da rinviare ad oscure scenografie conventuali tipiche, a titolo di esempio, del pittore settecentesco Alessandro Magnasco, Il Lissandrino.
Corpi di afflizione, affissi alle pareti della galleria, si presentano come umbratile sequenza …di una garitta di peccati, veri o inventati: insolente grattugianime. Potenti epiteti con cui li definisce Enrico Testa nel suo intenso poema dedicato a Fulvio Magurno e alla sua opera. Non è infrequente che noti scrittori come Antonio Tabucchi, Nico Orengo, Maurizio Maggiani, Enrico Testa, appunto, intessano narrazioni o liriche sui lavori di questo artista.
Sono piccoli orifizi, praticati nelle grate di ottone, ferro, rame, alluminio, in modo equidistante, come le impronte di pennello su una tela dell’artista concettuale svizzero Niele Toroni, sono costellazioni di buchi, prevalentemente tondi, come quelli sui telai ovali di Lucio Fontana. Gli stessi piccoli orifizi, le stesse costellazioni di buchi, in Magurno, sono consunti portatori di cariche simboliche, misticamente connotate: soglie attraverso cui affiora il pentimento di una jouissance, la jouissance di un pentimento, di remoto sapore lacaniano. Diaframmi, tra il sacerdote, seduto in ascolto e il penitente, inginocchiato bisbigliante, le grate, ora portano l’intaglio del monogramma latino JHS, trascritto dal nome greco di Gesù, spesso con una croce stilizzata iscritta sulla H, ora, sotto il cristogramma, compare il disegno di un cuore perlato tra due fiori a sei petali, altrove un vortice di cerchi concentrici, di abissi e rilievi di luci e ombre. Accade che parte dei fori arrotondati della grata si sdoppino in altri più piccoli, al loro interno, quasi a filtrare e abbassare l’ascolto e la vista: l’effetto è quello inquietante di una moltitudine di ocelli che guardano il penitente, senza rinviare ad un soggetto o a un volto, perché è la grata stessa che si fa volto e soggetto, avida di visioni, di auscultazioni confidenziali, impudiche, oscure, mai proferite prima, finora inascoltate.

Grate più rudimentali presentano, allo sguardo contrito del confessando, ora il delinearsi fantasmatico di una croce, ora il formalizzarsi, sulla lastra metallica, di un volto, grottescamente perverso, in cui due cerchi accostati delineano gli occhi, la verticale mediana della croce il naso, i sei semicerchi sottostanti una bocca sdegnosa, disapprovante. Tra incisioni, graffi, scritte, decorazioni, fregi, ossidazioni sinistre, affiorano, nell’immaginario, elementi iconografici, superfici lunari di crateri, monti, depressioni. Quando appare, subliminalmente, la forma modulata di un orecchio, di un padiglione auricolare, naturale ricettacolo d’onde sonore, voci, sussurri, silenzi, urla, che riconduce visualmente a strutture vestibolari e labirintiche, è l’orecchio di Vincent Van Gogh che scivola sullo schermo del nostro immaginario, facendosi ineludibile veicolo del cosiddetto Pathosformel/Formula del Pathos di un grande storico dell’arte di Amburgo, autore di Mnemosyne Bilderatlas/Atlante d’Immagini della Memoria.  Il mondo, infatti, si vede e si ascolta, permea l’occhio e l’orecchio, l’immagine e il suono, come teorizza Aby Warburg quando enuncia il suo itinerario di ricerca nelle due formule La parola al suono – zum Klang das Wort, La Parola all’Immagine/zum Bild das Wort

Grate come dispositivi di slittamento tra l’occhio, parzialmente deprivato, e l’orecchio, decisamente privilegiato, come mise en abyme di una sempiterna croce del corpo e dell’anima, come filtri di rimozioni di sensi di colpa indecidibili. La contiguità metonimica di opere tanto emozionalmente connotate, investite d’ineludibili rimandi archetipici, sollecita nello spettatore una lettura liturgico-allegorico-sensoriale della mostra.

Non cessando di valicare i confini disciplinari del linguaggio estetico, Fulvio Magurno,                 maestro nel catturare momenti di un’unità frantumata, ne inaugura un’inedita continuità.
Con i suoi Confessionali l’artista confessa l’inconfessabile: non la colpa della trasgressione, ma il trasporto, attivato dai meandri del desiderio, per il divieto che rende la trasgressione possibile, cioè quel gesto di auto-accusazione di una colpa senza il quale non ci sarebbe il peccato e di conseguenza il confessionale in cui denunciarlo. La penitenza si colorerebbe, da una parte, di sacrificale masochismo e dall’altra di sacrale sadismo, mantenendo così in essere quel dispositivo per cui il Confessionale autolegittima la sua presenza nella chiesa. Senso di colpa ricercato per essere confessato-punito-assolto-ripetuto in un rituale di richiesta di ascolto per sfuggire, forse, alla cerchia diffusa dell’indifferenza e della solitudine. Il suono che, i confessionali ripresi da Fulvio Magurno lasciano presentire, si interconnette all’immagine visuale facendo affiorare il ricordo, attivando la rammemorazione. La memoria visionaria e immaginative dell’artista non cessa di attingere, secondo il concetto warburghiano di Mnemosyne, alla camera oscura dell’insondabile archivio dell’Essere.

Viana Conti
a Genova, 9 agosto 2019

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